Il post senza titolo

Quello scritto col braccio un po’ infreddolito da questo maggio pazzo, su una scrivania color legno e la luce artificiale che a quest’ora gli occhi non reggono più.

Gli occhi non reggono più nemmeno la luce bianco azzurra del computer, le dita scorrono sulla tastiera per inerzia, gli occhi seguono quel cursore lampeggiante e le singole lettere affinchè siano scritte bene, siano perfette.

L’acqua a fianco alla tastiera ogni tanto vibra, e la collega di stanza sembra replicare gli stessi movimenti sulla tastiera.

C’è silenzio in corridoio, il silenzio che prelude all’uscita di tutti noi.

Le finestre non isolano abbastanza il rumore del tram che ogni tanto si fa sentire prepotente. Una signora nel palazzo storico di fronte esce sul balcone per sbattere dei tappeti. Ha una divisa, è una lavoratrice al servizio di una famiglia.

Io sono qui, a lavorare e a scrivere, con l’energia tipica di chi sa che si sta avvicinando il momento in cui l’aria ti batte sul viso, e improvvisamente la luce artificiale dell’ufficio lascia il posto al movimento, al traffico, all’abbaiare dei cani, all’odore dei barboni sotto ai portici, al rumore delle serrande degli ultimi negozi aperti, alla serratura del portone e della porta di casa. E quindi alla musica, ai baci famigliari, all’acqua del rubinetto, al rumore della porta del frigorifero, ai profumi della cena, agli aromi delle piante che investono il naso appena apro la finestra per versare l’acqua, e finalmente al profumo della carta di un buon libro sul comodino che mi intrattiene prima di addormentarmi.

Bilanci…

E’ momento di bilanci individuali in studio, di colloqui, di valutazioni, chiamateli come volete.

Mi viene chiesto un commento generale. Non è chiaro cosa si intenda, ma a me viene tanta voglia di inserire le frasi di uno dei miei libri preferiti di Michela Murgia (Chirù):

“La cosa che vuoi imparare non si insegna.

– Ma tu da qualche parte l’avrai pure imparata.

Ho detto che non si insegna, non che non si impara.

– Allora dammi l’opportunità di imparare…”                                  

Date ai collaboratori l’opportunità di imparare, non condannate i loro errori senza prevenirli.

Fate sempre in modo che gli occhi dei vostri collaboratori luccichino quando cercano a lungo e alla fine trovano una loro soluzione, anche se quella soluzione non è quella che speravate.

‘E mentre Egli era sulla terra, rimise insieme le famiglie. Restituì Lazzaro a sua madre e al centurione ridiede la figlia.
Riattaccó persino l’orecchio del soldato che era venuto ad arrestarlo, un fatto che ci permette di sperare che la resurrezione rifletterà una notevole attenzione per il particolare.
Tuttavia questi non erano altro che primi esperimenti. Essendo uomo, Egli sentì la trazione della morte ed essendo Dio dovette chiedersi più di quanto non facciamo noi come sarebbe stato.
Si racconta che camminó sull’acqua, ma non era nato per affogare.
E quando morì veramenfe fu una cosa molto triste, un uomo così giovane, così pieno di promesse, e sua madre pianse e i Suoi amici non riuscirono a capacitarsi della perdita e la storia si sparse ovunque e il lutto non trovó conforto finchè la sua mancanza non divenne così acuta e il Suo ricordo così potente, che i Suoi amici se lo sentirono accanto mentre camminava per strada.
C’è così poco da ricordare di ciascuno, un aneddoto, una conversazione a tavola. Ma a ogni ricordo si ritorna più e più volte e ogni parola, per quanto casuale, si inscrive nel cuore, nella speranza che il ricordo si attui un giorno, e diventi carne, e che i vagabondi trovino una strada verso casa, e che i morti, di cui sentiamo sempre la mancanza, passino finalmente attraverso la porta e ci accarezzino i capelli con affetto sognante e abituale, perchè non avevano l’intenzione di farci attendere così a lungo’.

(da Le cure domestiche, di Marylinne Robinson. Un libro su cui mi piace lasciare la sorpresa al lettore. Vi basti sapere che è considerato uno dei migliori romanzi di tutti i tempi e che ogni frase è pura poesia).

Fregio della latteria

Siamo abituati a pensare al formaggio come a un prodotto “industriale”, da evitare il più possibile.
Io, tuttavia, ne mangio molto e so di sceglierlo bene, perchè non mangio il formaggio prodotto a livello industriale, bensì il formaggio prodotto da aziende agricole famigliari, per le quali la qualità è la priorità.
Non tutti sanno che la lavorazione del latte è testimoniata da un bassorilievo sumero datato III millennio a.v. SI chiama “Fregio della Latteria” e rappresenta alcuni sacerdoti intenti a lavorare il latte. 
Fu infatti nel 5 mila a.C. che in Italia si diffuse l’allevamento di ovini e caprini. Fonti archeologiche permettono di datare nel 2800 a.C. l’inizio della produzione di un formaggio molle.

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Il gusto proibito dello zenzero (J.Ford)

Il titolo di questa recensione deve essere per forza “ufficiale”.

Perchè questo è un libro che, sebbene sia molto scorrevole, è solenne, maestoso, netto.

Un libro che inizialmente sembra una storia come tutte le altre. Una storia d’amore e basta.

Poi diventa un romanzo storico, che rende edotto il lettore della crudeltà dei campi di concentramento per giapponesi, descritti in un modo molto concreto (sembra quasi di essere in mezzo alla melma insieme a Keiko e Henry, i protagonisti). Una realtà che in pochi conoscono e che ci riporta a un periodo buio e vero. Leggendo questo romanzo ci viene voglia di scoprire lo scantinato dell’hotel Panama di Seattle, andare proprio lì a scartabellare tra ciò che resta degli effetti personali dei giapponesi deportati e magari portare uno di questi oggetti a qualche sopravvissuto oppure trovare una copia del disco di Oscar Holden, tanto amato dai protagonisti.

Il filo conduttore è l’amore intrecciato con l’attesa della persona amata, la speranza di ritrovarla viva, la fedeltà e la cura durante il dolore.

E’ grazie a questo filo conduttore che alla fine il lettore si accorge che questo romanzo non è una storia “d’amore” ma una storia “sull’amore”, quello duraturo e ricco di speranza, affiancato da quello che è frutto di un compromesso ma anche estremamente fedele e rispettoso.

E’ poi c’è la musica. Questo romanzo, sempre permeato dalla musica del famoso jazzista Oscar Holden, ci ricorda che la musica emoziona e allo stesso tempo salva.

La noia

Nonna oggi sono annoiata.

A lavoro non ho molto da fare, e mi sembra di scaldare la sedia. Ho bisogno di essere più occupata ma non posso nemmeno offrirmi volontaria, perchè rischierei di trovarmi con un carico di lavoro insostenibile.

  • E cosa vuoi fare?

Vorrei uscire all’aria aperta anche se piove, leggere un libro anche se sono in orario lavorativo e leggerlo in silenzio, senza rumori di computer, tastiere, persone che si agitano e che urlano per inezie.  Oppure uscire senza ombrello e bagnarmi per una volta, tornare a casa fradicia e infreddolita ma felice per aver fatto una cosa che non dovevo fare.

  • Cara, non si può, lo sai. Tu sei lì perchè hai il compito di costruirti un futuro stabile, che ti ponga al riparo dalle intemperie economiche. Pensa a ciò che hai e fallo fruttare, estraniati da quell’ambiente se non ti trovi a tuo agio, ma lavora duro. Perchè non si devono mai sprecare le occasioni. E ricorda che non è commettendo una trasgressione che si cancella la voglia di trasgredire. Trasgredire non è la soluzione che ti renderà felice e il senso di ribellione adesso non è produttivo di benefici, perchè è solo un modo per sfogare la tua noia e mascherare le tue paure.

La storia di un popolo, di una femminista, delle illusioni e del razzismo americani

Il sole 24 Ore fornisce una descrizione perfetta di un libro che scuote gli animi sul mito americano, sul razzismo mascherato che pervade la società americana e sul femminismo. C’è tanto femminismo in questo libro, a volte risulta quasi nauseante ma alla fine del libro si comprende che tutto quel femminismo è l’unico modo per denunciare.

In fin dei conti Ifemelu, la protagonista, vuole comunicarci che non esiste nessun “sogno americano”, e che è sbagliato disprezzare e allontanarci da ciò che di più autentico e semplice abbiamo, perchè è proprio lì che torniamo, prima o poi.

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2013-08-23/americanah-160908.shtml?uuid=AbSMXnPI